di Massimo Tricamo e Giovanni Lo Presti
dai documenti del fondo Famiglia D'Amico Faranda dell'Archivio Storico
del Museo Etnoantropologico e Naturalistico "Domenico Ryolo" di Milazzo
si ringrazia il prof. Giuseppe Alibrandi per la collaborazione
§ I
Premessa
Nel 1746 il barone Don Cesare Mariano D’Amico, qui ritratto e padre di Francesco Carlo D'Amico, autore delle Osservazioni del 1816, aveva tentato di calare - ma senza successo - la Tonnara del Capo Bianco o Pepe come «tonnara grande di corso» nello Scaro dei Liparoti, accanto al Cirucco e sotto la villa detta del Paradiso (oggi proprietà Bonaccorsi) che lo stesso barone aveva innalzato nel 1740.
Cesare Mariano D'Amico aveva spostato l'8 settembre 1737 donna Isabella Proto, ritratta in basso (archivio privato famiglia Ricotti, Roma).
Il Duca d'Ossada Francesco Carlo D'Amico (1740-1825), autore delle Osservazioni del 1816, sposò il 6 ottobre 1763 la cugina Maria Teresa (1738-1808), ossia la figlia del giudice Marcello Domenico D'Amico (ritratto in basso), fratello del citato Cesare Mariano. Dal loro matrimonio nacque Cesare Mariano (1765-1823), coniugatosi con Carmela Stagno Clemente. A quest'ultimo Cesare Mariano successe il figlio Francesco Carlo, nato nel 1792, coniugato con Maria Di Napoli e padre di Rosa D'Amico, quest'ultima andata in sposa a Vincenzo Calcagno di Patti. Si giunge così a Francesca Calcagno D'Amico, figlia di Rosa, che andò in sposa all'ing. Antonino Cumbo Borgia, cui pervenne la Tonnara di S. Giorgio, acquistata nel 1751 dal giudice Marcello Domenico D'Amico in nome e per conto del fratello Cesare Mariano.
Il giudice Marcello Domenico D'Amico
§ II
Le
controversie tra i pescatori e la Tonnara di Vaccarella
Il divieto rivolto ai piccoli pescatori di pescare entro tre
miglia dalla tonnara, per non compromettere la pesca dei tonni, incontrava
spesso la valida opposizione degli stessi pescatori, che vedevano affievolirsi
i propri già magri guadagni, dell’esattore (il gabelloto) del tributo
comunale sul consumo del pesce ed anche del Comune, che temeva l’affievolirsi
del gettito della relativa gabella. Già nel Settecento sono documentati casi di
controversie giudiziarie tra il Comune di Milazzo, i gabelloti ed i pescatori,
da un lato, ed i proprietari delle tonnare, dall’altro. Ne ha dato evidenza la
sig.ra Anna Maria Calapaj, attraverso i documenti dell’archivio di famiglia
relativi alla Tonnara del Tono. E, molto prima, il Duca d’Ossada nelle sue Osservazioni
del 1816. La missiva trascritta di seguito - datata 31 maggio 1821 - venne
scritta proprio dal Duca d’Ossada Francesco Carlo D’Amico. Si tratta di un
solenne rimprovero indirizzato al marchese Tommaso Mariano D’Amico, che
all’epoca ricopriva l’incarico di sindaco di Milazzo. Il D’Amico aveva avallato
un memoriale del decurionato (i quattro amministratori comunali) in cui si
sostenevano le istanze dei pescatori e del gabelloto, danneggiando lo stesso
Duca d’Ossada. In sostanza il Comune sosteneva la revoca del divieto delle tre
miglia, riconoscendo ai pescatori la facoltà di pescare liberamente attorno
alla Tonnara di Vaccarella, di proprietà del d’Ossada, senza dunque doversi
allontanare tre miglia dalla bocca della tonnara.
Nella
missiva dell’ottantunenne duca, scritta con grafia tremolante e per questo
alquanto ostica, si cita il caso della Tonnara del Porto che in passato
proibiva la pesca «da capo a capo»: il Tribunale del Real Patrimonio, a
conclusione di un giudizio promosso dai pescatori di Milazzo a metà Settecento,
sentenziò attenuando l’eccessivo divieto «da capo a capo» e limitandolo alle
tradizionali tre miglia dalla bocca della tonnara. Una sentenza che non
incontrò allora alcuna resistenza né dal Comune e nemmeno dal gabelloto. A
differenza del 1821, anno in cui la presa di posizione del Comune di Milazzo
sembrava dettata piuttosto dall’invidia che i 4 decurioni nutrivano nei
confronti del duca d’Ossada. Che non risparmia nemmeno il marchese D’Amico, il
quale peraltro era suo parente e persino proprietario di tonnare e che quindi
ben conosceva la materia: «voi, che eravate sindaco e che il decurionato
dipendeva dalli vostri oracoli, se foste stato sincero ed indifferente dovevate
riflettere a quanto vi ho detto e non vi dovevate avanzare di fare quel
memoriale in Palermo per sostenere una cosa contraria alle leggi ed in
opposizione» alla Tonnara di Vaccarella. «Io vi domando per quale raggione vi
siete indotto di tanto scrivere in un affare in cui non avete interesse né
diretto né indiretto, in un affare che non riguarda l’interesse del Comune (…).
Perciò, sia detto con la mia solita sincerità, vi ho creduto o gabelloto o
garante del medesimo per li vostri interessi della Tonnara del Tono e del
Pepe».
Francesco Carlo D'Amico, duca d'Ossada (1740-1825)
La
missiva del Duca D’Ossada, se da un lato non manca di insinuare un interesse
economico del marchese D’Amico, dall’altro comunica i primi dati dell’andamento
della pesca tanto al Tono, quanto a Vaccarella, rammentando che non erano
ancora pervenute informazioni sul pescato di S. Giorgio: «le Tonnare si
muovono. La vostra ha mandati tonni grossi, ne pesca Vaccarella piccoli, sebene
poi ne ha presi di grossi. Di S. Giorgio fin da ora non ho avviso di pesca, ma
spero a momento averlo perché li tempi sono eccellenti e di spero nell’entrante
settimana da questa [città di Messina] partire per codesta [Milazzo] e S.
Giorgio».
Di
seguito si trascrive la lettera del duca d’Ossada,indicando con tre asterischi
ogni termine di ardua trascrizione. Si trascrive altresì il bando adottato dal
Segreto di Milazzo, l’autorità periferica delle finanze statali, che al
contrario del Comune ribadì in quello stesso anno 1821 il divieto di tre miglia
a tutela della Tonnara di Vaccarella.
«A
Sua Eccellenza Marchese D’Amico, sindaco di Milazzo
Messina, lì 31 maggio 1821
Se mio genero, non instruito
nell’affare, mandò a voi il bando solito per vistarlo, voi, che siete uomo di
valentia e che per tale han creduto riconoscervi nel paese, non dovevate fare
quelle operazioni che faceste. Un uomo [come voi] che sa tutte le circostanze,
che è padrone di tonnara, e che è stato bene illuminato che Vaccarella o sia
Silipo è una delle tonnare del Regno con regia concessione e che l’anno scorso
ha superato l’impegno contro la vostra valida opposizione, dovevate non opporvi
e *** non palesare al decurionato quanto diceste. Anzi se ve ne parlavano vi
dovevate persuadere che il Comune non ha dritto e che il supposto gabelloto non
ha motivo di querelarsi. Ditemi, Signor Marchese, il mare non è del Re? Le
tonnare non sono sempre del Re? Milazzo, che si credeva per le solite ingerenze
e stravaganze padrone del mare del territorio per questo [?] feudo e *** da
***, quale dritto può avere d’impedire
la facoltà delle tonnare? Io son vecchio e mi ricordo bene che, colpendo
malamente li pescatori e particolarmente le minaite che prima erano moltissime
e *** dei presenti di codesta, che la Tonnara del Porto projbiva la pesca di
capo a capo (e che era la vera proibizione). *** con li spadaforesi l’illustre marchese [?]
Majolino che fu *** con Don Antonino Bonaccorso presero l’impegno fecero una causa
col Tribunale del Patrimonio nel 1756 garentita dal dottor Don *** Vincenzo
Majolino e Don Antonino *** Bonaccorsi , mentre io *** in Palermo, e colle di
loro spese superarono che fosse la pesca projbita per li soli tre miglia dovuti
alle tonnare. Non comparve allora il Comune di Melazzo che si credeva padrone
del mare, né il gabelloto. Come dunque oggi a spese del desolato e rovinato
Comune per la *** ed invidia di quattro sciocchi decurioni, dei quali io ne
posso delineare ***, si pretende impedire un dritto che ha avuto ed ha la
Tonnara del Silipo. Voi siete per me assai giovane *** *** e perciò posso
dirimere un puoco meglio e con raggioni, non mai con parole, e di darli
riflessioni e se successe *** signor procuratore, che allora fece la parte d’opposizione
alla pretesa dei pescatori, certamente, che sareste ***. Il dritto, se mai vi
fosse, potrebbe essere de’ pescatori per dimandare alla Regia Corte il mare che
si vede usurpato, non già del Comune. E molto meno del gabelloto. A questi il
Comune ha dato il dritto d’esiggere la gabella sopra il consumo, non mai sulla
pesca, e d’inconseguenza questo dritto può meglio esser vantaggiato dalle
tonnare e non già dalli piccoli arbitrij, maggiormente gabelloto. Sapete cosa
mi diste? Che fu spronato di fare quella istanza e voi, che eravate sindaco e
che il decurionato dipendeva dalli vostri oracoli, se foste stato sincero ed
indifferente dovevate riflettere a quanto vi ho detto e non vi dovevate
avanzare di fare quel memoriale in Palermo per sostenere una cosa contraria
alle leggi ed in opposizione all’*** e *** che ha avuto Vaccarella. Questo ***
*** in codesta *** mi ha *** nel preciso dovere di rispondere e di rispondere
per le rime. Voi vi lagnate d’averla adesso letta la mia supplica. Io vi
domando per quale raggione vi siete indotto di tanto scrivere in un affare in
cui non avete interesse né diretto né indiretto, in un affare che non riguarda
l’interesse del Comune. E per cui, dacché siete nato ed avete avuti ***, non ho
*** un attaccamento tanto grande ed un qualche speciale vantaggio che avete
fatto al medesimo. Perciò, sia detto con la mia solita sincerità, vi ho creduto
o gabelloto o garante del medesimo per li vostri interessi della Tonnara del
Tono e del Pepe. Quindi permettovi che ho avuto l’onore di farvi palesare [?]
con replicare [?] che modestamente [?] voi siete erudito [?], e da padrone di
tonnara e da parente, né volendose [?] un sospetto non ne parlo. Perché questo
*** scelerato carbonaro ignorantuccio *** di *** ha voluto prendere ingerenza
perché crede a spese di sudetto rovinato Comune fare la seconda *** in Palermo
col degno suo fratello che si mangiano onze 200 e così [?] mi fa *** ***
istanze ***, che sono per ora arenate e che farò rinovare alla fine della pesca
e subito che *** *** vi basta per ora.
Le Tonnare si muovono. La vostra ha
mandati tonni grossi, ne pesca Vaccarella piccoli, sebene poi ne ha presi di
grossi. Di S. Giorgio fin da ora non ho avviso di pesca, ma spero a momento
averlo perché li tempi sono eccellenti e di spero nell’entrante settimana da
questa partire per codesta e S. Giorgio.
Ho scritto all’amico *** di quando
mi avete scritto e l’ho rimproverato della sua ippocondria. Mi rispose in data
de’ 27 che non è stato *** e perciò è pieno di *** e che non si è saputo risolvere
per ritornare in Palermo, dove è stato molto menato e domandato. Se gli
scrivete fate le mie parti solite.
Attendiamo le novità di Napoli
dietro il *** consiglio di 28 soggetti per una giunta consultiva fra i quali 6
sono siciliani, ma di Palermo. Datemi spesso notizie di vostra tonnara. *** li
vostri comandi mentre per ora *** di cuore e abbraccio con tutti di casa vi ***
li *** della duchessa e sono agli ordini vostri.
Di Vostra Eccellenza
Francesco Carlo D’Amico»
«Regnante
Ferdinando Primo
Bando
d’ordine dell’illustre Barone Don Giovanni Battista Baeli Lucifero, Regio
Prosegreto di questa sempre fidelissima Città di Milazzo sua marina e
giurisdizione
Perché
si riconosce evidentemente che il calato delle minaite ed altre barche che
pescano in tempo del calato e pescaggione delle tonnare apporta gran detrimento
alla pescagione dei tonni ed altrui pesci, con grave interesse dei padroni
delle medesime e della Regia Corte contro la forma della concessioni reali di
dette tonnare tanto per il corso, che per il ritorno. Per le quali si dispone
che [per] lo spazio di miglia tre lontano dalla bocca delle tonnare si
proibisce di poter dette barche pescare. Per cui il Duca d’Ossada San Giorgio
di Messina avanzò sua petizione [a] Sua Eccellenza il Direttore Generale del
Pubblico Demanio, onde proibire nella tonnara di sua proprietà, chiamata del
Silipo o sia Vaccarella, la pesca con qualunque arbitrio per lo solito giro di
tre miglia da detta tonnara, secondo i termini del bando penale che si
pubblicava in ogni anno. Per cui detto signor direttore generale, con foglio
del primo maggio 1820, ha ordinato quanto siegue:
Direzione Generale del Pubblico
Demanio
Palermo, primo maggio 1820
Signor Prosegreto,
Il Duca di San Giorgio Ossada di
Messina mi ha avanzato petizione onde proibire nella tonnara di sua proprietà,
chiamata del Silipo, ossia Vaccarella, in cotesto mari, la pesca con qualunque
arbitrio per lo solito giro di tre miglia da detta tonnara, secondo i termini
del bando penale che si pubblicava in ogni anno. Ed io, per non essere ancora
stabilite da Sua Maestà le leggi sulla pesca in generale, che si promettono
nelle leggi sanzionate, per l’amministrazione del Demanio la [segue termine di
ardua trascrizione, ndr] che a tenore di come si è praticato per lo addietro
vieti provvisoriamente la pesca nei detti mari nel giro di tre miglia dalla
surriferita tonnara, ed avvisi questa direzione generale delle contravvenzioni
che potranno accadere per attendersi le ulteriori provvidenze.
Il Direttore Generale
Il Segratario Generale della Ferla
Al signor Prosegreto di Milazzo
Perciò
in virtù del presente pubblico bando si dona ad intendere a tutte e qualsisia
persona che per lo spazio di miglia tre innanti la bocca della Tonnara di
Vaccarella, e per quanto è di positivo nocumento alla medesima, non abbia, né
voglia, né debba pescare tanto con minaite, quanto con sciabiche ed altre
barche, tanto con fuoco, quanto senza fuoco, sì nel corso che nel ritorno. E
ciò sotto la pena di once cinquanta applicata al Regio Fisco, conforme si ha
disposto neii altri bandi proibitivi per il calato di dette minaite ed altre
barche di pesca.
Si
promulghi.
Barone
Lucifero Regio Prosegreto».
§ III
L’apparato
del duchino: la Tonnara del Porto intorno al 1825
Il Duca
d’Ossada, l’autore delle Osservazioni pratiche intorno la pesca, corso e
cammino de' tonni pubblicate nel 1816, ebbe un nipote, Francesco Carlo,
nato dal matrimonio tra il figlio primogenito Cesare Mariano (1765-1823) e
Carmela Stagno Clemente. Il duchino d’Ossada, nato nel 1792, nel 1825 vendette
al marchese Tommaso Mariano D’Amico l’apparato della Tonnara di Milazzo,
ossia tutto il necessario per il calato della stessa tonnara. Il marchese
D’Amico l’avrebbe impiegato per 3 anni assieme a Domenico Calapaj, socio al 50%,
col quale nel 1826 si aggiudicò, per appunto un triennio, il “fitto del mare”
di tale tonnara, denominata anche Tonnara Grande del Porto.
Da parte
sua, Domenico Calapaj, nel febbraio 1826, in una missiva indirizzata al
marchese da Messina, non mancava di far presente che per la mezza ciurma di sua
competenza, che avrebbe dovuto operare nella stagione di pesca 1826 della
stessa Tonnara di Milazzo, aveva scelto marinai «giovini e del mestiere», fatta
eccezione per 4 unità lavorative, generi dei due rais, assunti per evidenti
ragioni di opportunità.
«Gesù Maria
Giuseppe
Essendo risoluto io infrascritto
Duchino di S. Giorgio, in seguito della privata convenzione stabilita in
Messina a 22 febraro 1824 fra me ed il marchese Don Tommaso Mariano D’Amico,
mio zio, doppo terminata la pesca di corso e ritorno dell’anno 1825 corrente
dismettermi dell’apparato ed attrezzi della Tonnara del Porto che ò avuto in
gabbella e cederli in assoluta proprietà al detto marchese per sodisfo del suo
credito in [segue termine di ardua trascrizione, ndr] 1800.80, pari ad onze
600.8, secondo l’alternativa nella quale ero stato facoltato sino alli 31
agosto 1825.
Perciò noi sudetti ed infrascritti
dichiariamo in vigore del presente privato scritto di essersi fatto l’apprezzo
di commune consenso dai periti d’ogni arte ed essersi consegnato nei stessi
magazini di detta Tonnara. E perciò dichiaro io sudetto marchese restare
estinto il mio credito di [segue termine di ardua trascrizione, ndr] 1800.80
colla fatta consegna e di restare perciò saldo libbero e quittato [quietanzato,
ndr] ogni conto dipendente dall’apparato sudetto, così in forza del primo
contratto, che della privata nostra scrittura di commune per la enunciata
tonnara.
Si sono fatti due consimili da noi
firmati per restarne uno per ognuno rispettivamente per la reciproca cautela.
Oggi in Melazzo, lì 10 7bre 1825
Marchese Tommaso Mariano D’Amico
Francesco Carlo D’Amico Stagno»
«Vostra Eccellenza Signor Marchese
D’Amico, Melazzo
Messina, 26 gennaro 1826
Amico stimatissimo,
vi resi conto nella mia lettera
inviatavi col vettorino Tricomi delle disposizioni già date dall’Intendente per
la liberazione [aggiudicazione, ndr] della Tonnara del Porto e mi resta ora la
briga interessante pel compimento dell’atto che assicura il nostro affitto e
per il quale mi darò tutta la premura possibile.
Tengo mano a pagare Rombes e La Maestra per li servizj
da loro resi nella lite comune con Bringandì. Il primo meriterebbe più delle
onze sei perché dovete rammentarvi che fu necessario adibirlo
contemporaneamente al Signor Previti. Il quale si ha masticato diversi terzi.
Il vantaggio poi non è stato mio solo, come mi accennate forse per alienazione,
mentre pe’ miei affari particolari lo complimento a parte.
Trasmisi a Don Paolo Aversa una
nota relativa alla scelta degl’individui che riguardano la mezza mia ciurma
della Tonnara del Porto, sin dal mese di Natale, avendolo sulle prime
incaricato avvertirne semplicemente gli eletti. Indi lo pregai di non palesare
le mie idee sino alla liberazione della tonnara anzidetta. Quando dunque tal
contratto sarà compito, pria di rimettere il soccorso, lo incaricherò di farvi
leggere la succennata lista e rilieverete dalla stessa che i soggetti da me
prescelti sono giovini e del mestiere. Il servizio della pesca m’interessa
ugualmente a voi. Epperciò mi scervellai a trovare le migliori persone
dell’arte, ad eccezione di quattro generi di rais Gaetano e fu Francesco, che
dovetti impiegare per condiscendenza. Tanto mi sembra che basti in discarico
del semplicissimo cenno fattomi nella vostra pregiatissima del 20 andante e,
pieno di quella venerazione che meritate, passo a segnarmi.
Vostro devotissimo servidore
Domenico Calapaj»
«Melazzo, febraro 1826
Signor Barone Intendente,
sendo l’offerta prodotta al signor
Intendente per la Tonnara grande di questo Porto in nome del Signor Don
Giuseppe La Maestra, abbonato dal Signor Don Giuseppe Puglisi, messinese, e
sulla quale è caduta l’aggiudicazione del giorno quattro del corrente febraro
per onze sessantuna l’anno, per anni tre, e con li patti in essa convenuti a
favore del Reggio Demanio. Or, siccome il cennato La Maestra è una persona
velata e l’interesse del fitto del mare di detta tonnara s’appartiene a me
infrascritto marchese Amico in metà e l’altra metà al mio socio Don Domenico
Calapaj, così per quello che è di mia spettanza, così per la corrispondenza del
fitto nei tempi stabiliti, che per l’adempimento del contratto in tutte le sue
parti, mi rendo in tutto garante e responsabile per l’oblatore La Maestra e suo
pleggio [garante dell’adempimento, ndr] per la mia medietà come sopra, per
tutto il corso della stabilita condotta. E in vigore del presente scritto e
soscritto di mio proprio pugno e nella forma che si consideri più legale e come
di dritto.
Marchese Tommaso Mariano D’Amico»















